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I due, un uomo e un ragazzo, erano in piedi di fronte all'ingresso della farmacia. Erano scrittori di professione e aspettavano in macchina da un paio d’ore. La piazza era deserta. «Pronto?» disse il ragazzo. L’uomo annuì. «Allora in bocca al…» «Fermo lì, cazzo» lo sgridò l’altro, «non dirlo.» Il ragazzo tacque. S’infilarono entrambi i passamontagna, impugnarono le pistole e fecero irruzione nel negozio chinandosi per superare la serranda per metà abbassata. Il titolare stava mettendo da parte gli scontrini della giornata, una giornata non particolarmente fruttuosa, quando i due gli si pararono di fronte e lo invitarono a consegnar loro l’incasso. L’uomo si spaventò e non fece in tempo a dire né sì, né no, perché il secondo dei due, quello più grosso, lo seccò con un colpo tra gli occhi. |
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 Gli operai non si capacitavano. Avevano misurato più volte il piano su cui montare il bancone ma qualcosa, al momento della posa, non quadrava. «Non ci sta, sfora di poco.» Ricontrollarono con i metri, calcolarono le possibili inclinazioni del granito, ripresero nuovamente le misure e le riportarono, in scala, sulla mappa. «Niente da fare, c’è qualcosa che non capisco» disse il capocantiere. «Non è possibile, le misure sono giuste, le abbiamo prese una dozzina di volte» confermò il manovale. Il bancone nuovo per il bar era più lungo del piano per il quale era stato progettato. «E ora che facciamo?» Il vecchio si guardò intorno, gli scaffali della parte libreria erano coperti di teli protettivi. Ne scostò uno ed esaminò le coste. «Ci sono» disse, sfilando un pesante tomo di Bolaño e poggiandolo nel buco sotto il bancone. «Così creiamo uno zoccolo.» «Reggerà?» «È più solido del marmo.» Riuscirono a terminare il lavoro. Il capocantiere, alla fine, pagò due copie del romanzo, una da portare a casa. |
 Al bancone una donna bionda, tiene in mano un flûte ma sembra più interessata a guardarsi intorno che a bere. Vicino agli scaffali, nel posto si vendono anche libri, un ragazzo d’una decina d’anni più giovane. I loro occhi rimangono incastrati per un istante, a lui scappa un sorriso prima di tornare alla copertina. Si sente, in quel momento, in una storia degli anni Trenta, di quelle in cui i bravi ragazzi come lui si fanno traviare da Lana Turner o Jane Greer. Posa il libro di Cain sullo scaffale: avverte sulla nuca lo sguardo di lei e allora si gira, va deciso al bancone, ordina un caffè, la prima cosa che gli viene in mente, e si siede lì vicino. La donna lo fissa, arricciando le labbra, beve un sorso di champagne. Non ha i guanti lunghi neri ma le starebbero bene. Chiude gli occhi, il ragazzo, e cerca una frase giusta per l’occasione, una frase da uomo. Quando li riapre lei è scesa dallo sgabello e si dirige alla porta, il marito sorridente che l’attende, un passeggino a fianco. |
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Noriko scese dal taxi lasciandosi dietro una scia di profumo. Lavanda. Era notte fonda, aveva piovuto. I neon si riflettevano nelle pozzanghere. La guardia del corpo davanti all’ingresso del night club era gigantesca. «Non si può entrare» sentenziò. «Dì al tuo capo che voglio vederlo» rispose Noriko. «Dagli questo» e porse un fazzoletto di seta ricamata. Quando tornò, lo yakuza aveva cambiato atteggiamento. Le sorrise e la scortò al secondo piano. Noriko sapeva che il boss Nobuo Nakagawa passava tutti i sabati a giocare a dadi nel locale “Asso di Cuori”, in pieno centro di Tokyo. Quando Nobuo vide la donna i suoi occhi brillarono.
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 Quando suo padre gli fece sapere che voleva parlare con lui, e l’aver affidato alla moglie l'incarico di recapitargli il messaggio contribuiva a renderlo nervoso, fu allora che Giorgio si sentì regredire a bambino. Si presentò a pranzo, aveva pensato che fosse meglio andare da solo e Zoe aveva annuito quando gliel’aveva detto, lo aveva lasciato fare. Era una domenica dal clima incerto, una domenica con un pallido sole privo di calore. La tavola era imbandita in maniera sobria, non erano previsti festeggiamenti anche se il Natale era prossimo. La madre non aveva ancora tirato fuori dalla cantina l'albero da addobbare, né il presepe. Giorgio temeva di essere, quell'anno, la causa principale del ritardo nei preparativi. «Siediti» gli disse il genitore dopo un rapido abbraccio, un abbraccio statico. Erano invecchiati entrambi negli ultimi mesi. Il contorno del viso di Giorgio era rammollito dalla pinguedine. Il padre, di venticinque anni più vecchio, aveva da poco cominciato a radersi il cranio sbarazzandosi completamente dei ciuffi ai lati della testa. Un principio d’infarto lo aveva convinto a smettere di fumare ma da allora aveva preso l'abitudine di masticare un toscano spento, che anche ora gli pendeva dalle labbra, spargendo un odore di muffa e fieno per tutta la stanza. La fronte era solcata da rughe.  |
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 C’è stato un periodo, lo scorso anno, in cui cercavo lavoro; e ho dovuto affrontare, com’è nella logica del gioco, numerosi colloqui prima di riuscire a trovare quello giusto. Uno di quelli sbagliati, il verbo affrontare non è usato a caso, è stato in Vodafone, per un ruolo da tecnico informatico. Eravamo quindici persone in quella stanza, diverse per età, estrazione sociale ed esperienze pregresse. Mi sentivo un fuori quota, come il giocatore anziano dell’Under 21 di calcio alle Olimpiadi ma senza la consapevolezza di poter essere un fuoriclasse; uno, piuttosto, dal curriculum normale, che ha circumnavigato uffici ordinari, svolgendo incarichi regolari: la banalità del lavoratore integrato, capace di arrangiarsi a fare di tutto ma senza essere davvero specializzato. Attorno a quel lungo tavolo, uno di quei tavoli da briefing dirigenziale, eravamo quindici e molti di noi erano spauriti, soprattutto chi era alle prime armi. Su di loro hanno infierito i tre cacciatori di teste, che dalle due estremità si sono divertiti a lanciare trabocchetti, a intimidirci facendo valere la loro posizioni, le loro giacche scure su camicie scure con cravatte solo un tono di colore meno scure.  |
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Nel quartiere c'è un senzatetto che credo oggi sia una specie di istituzione di via Giambellino. Lo chiamano tutti il "Ciao" per la sua abitudine di urlare un saluto alle macchine che passano per l'incrocio con via Bellini, ai passanti, anche ai cani. Questo è il suo modo di chiedere la carità, però è un modo schietto, rapido, praticamente indolore. Non ti blocca in modo insistente, non ti strattona, non ti supplica, neanche con lo sguardo. Il "Ciao" ti saluta. Se entri un po' in confidenza con lui, e non è cosa difficile visto che è un anziano socievole e che probabilmente soffre la solitudine dell'emigrante in un paese lontano, ogni tanto ti chiede se gli offri un cappuccino. Non un caffè, non del vino: un cappuccino. Se tu gli dai i soldi giusti per il cappuccino sai che non ti ha mentito perché un paio di minuti dopo lo vedi nel bar di fronte a riscaldarsi. Viene dal Marocco e si chiama Ahmed. |
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 Erano tre amici al bar. Il laureato in economia, dirigente bancario, ordinò un Bellini. L’architetto con lo studio sui Navigli prese uno spritz. L’ingegnere meccanico una birra. Mentre parlavano dei progetti cui stavano lavorando si accorsero che nell’altra ala del locale c’erano dei banconi con libri in vendita. Si avvicinarono incuriositi, i tre bicchieri in mano. «Questo l’hai letto?» disse l’ingegnere indicando un bestseller. L’architetto annuì distratto, sfogliava le pagine di un saggio sull’urbanistica. Il dirigente si limitò a sorseggiare il cocktail. Dopo poco tornarono al bancone e s’infervorarono per un reality che la sera prima li aveva incollati, tutti e tre, al televisore. La barista, studentessa che lavorava da qualche mese lì in nero, orecchiava ai loro discorsi, frenando a stento uno sbadiglio. Era stanca: era arrivata alle sette, quella mattina. Su uno scaffale sotto la cassa, per i rari momenti in cui il caffè era vuoto, aveva riposto un romanzo di Richard Yates. |
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